TAILANDIA.

2018
24.06

Kyaiktiyo – Myawaddy 300 km

Ultima tappa verso la frontiera.

Anna e io siamo piuttosto nervosi: abbiamo il sospetto di avere una luuuuuuunga attesa da sopportare, ma la nostra guida Siamese si dà da fare per rassicurarci. Naturalmente il suo vero obiettivo è quello di farci passare dall’altra parte della sbarra di confine. Una volta di là…

Non ci resta che salutare affettuosamente i nostri simpatici accompagnatori e chiamare il tizio che deve prenderci in consegna in Thailandia.

E’ già là che ci aspetta: possiamo vederlo.

 

Thailandia

Thom, il tipo che ci aspetta, dovrebbe essere la nostra guida.

Le pratiche di ingresso durano tre minuti ma questa è l’unica buona notizia. Poi Thom ci comunica che, in attesa dell’arrivo dei permessi, la moto verrà sequestrata dalla polizia.

Cioè: devo infilarla in un parcheggio chiuso e scaricare tutti i bagagli. Thom ci accompagnerà in un hotel, in attesa che arrivi il permesso.

Tutta la storia della mancata concessione dei permessi nei tempi previsti ci viene raccontata in un numero infinito di versioni contraddittorie.

Thom, passa da una versione all’altra nell’arco di pochi secondi. Se gli faccio notare qualcuna delle incongruenze, lui parte con una nuova versione, che contraddice tutte le precedenti.

Inutile litigare ora: cerchiamo di tenerlo sotto pressione e vediamo come va.

L’albergo dove ci porta è uno dei soliti albeghetti Thailandesi: stanzette bonsai attorno a un cortiletto. Credo che costi attorno ai 5 dollari a notte. Troppo poco perché Thip e Thom si sentano costretti a ottenere i permessi in fretta. Comunque gli spieghiamo che: ritardi = danni, danni = risarcimenti e, soprattutto, pessima pubblicità.

Thom si dilegua, con la promessa di tenerci informatissimi. Scrivo un’altra mail molto dura sul tema della professionalità eccetera.

Thom chiama verso le 20: sembra che, forse, combinando una piccola irregolarità si potrebbe partire domani stesso. Bisogna solo incontrare la persona “giusta”.

Non vi annoio con quello che succede dopo. In brevissima sintesi, peregriniamo di ufficio in ufficio fino a mezzanotte, quando il valico chiude e vanno tutti a casa. Thom si sforza di spiegarmi che la persona che avremmo dovuto incontrare non è venuta, che lui gli ha telefonato ma… si sono detti che… faranno in modo di…

La mattina dopo, lo richiamo e pretendo che si ritorni alla frontiera, visto che durante l’orario di lavoro, i funzionari saranno senz’altro presenti.

Ovviamente la giornata è una tortura, passiamo da un funzionario antipatico ad uno ancora più antipatico. Ci parlano tenendo lo sguardo puntigliosamete puntato in un’altra direzione, non rispondono alle domande dirette, rifiutano di prendere in considerazione le carte che presentiamo. Non è che mi aspettassi qualcosa di diverso: voglio solo rompergli (educatamente) le scatole fino a che faranno qualcosa per mandarmi via con la mia moto. Però devo subire un bel po’ di vessazioni che mi provocano qualche bruciore di stomaco e la voglia di passare alla violenza. Tanta sofferenza, qualche risultato: Thip comunica che DOPODOMANI il nostro permesso sarà ASSOLUTAMENTE PRONTO. Si tratta solo di capire a che ora.

Torniamo in albergo. Abbiamo un bel po’ di cose da fare. Una per tutte è riuscire a organizzare il trasporto della moto in Australia entro pochi giorni.

Dopo svariati tentativi andati a vuoto (le compagnie australiane hanno la pessima abitudine di non rispondere alle mail) un amico di Kuala Lumpur, che ci ha già aiutato nel nostro viaggio del 2012, ci ha scritto che “troverà senz’altro una soluzione” e che “non dobbiamo preoccuparci”. Quando mi arrivano esortazioni a non preoccuparmi, io mi preoccupo. Ma al momento, non riesco a fare una agenda delle priorità: Thom è improvvisamente scomparso. Per fortuna ci chiama Miss Thip, per farci sapere che il permesso è stato concesso e farà in modo di farlo arrivare nel tardo pomeriggio o in serata.

Non riusciamo a capire se la notizia sia buona o cattiva. Per viaggiare, occorre una guida, ma Thom è scomparso. Thip ci rassicura: partite pure. Se la polizia vi ferma, dategli il numero di Thom e dite che vi segue a qualche km di distanza. Speriamo.

Con qualche altra seccatura che non vi racconto, riusciamo a mettere le mani sul permesso verso le 10 di sera. Passiamo la notte preparando tutto e facendo una straccio di percorso.

Se puntiamo dritti verso la Malaysia, sono “solo” 1400 km. Dovremmo farcela in due giorni.

Partiamo alle 5 del mattino e, quasi immediatamente, inizia una pioggia di messaggi da parte di Thom (la guida scomparsa) che pretende di essere pagato per un servizio che non ci sta dando.

Sostiene che la polizia ci arresterà e che, soprattutto, ci bloccheranno alla frontiera e ci metteranno in galera. E’ una giornata pessima soprattutto per Anna, perchè il truffatore tempesta il suo telefono con ogni app conosciuta.

Mentre si sviluppa lo psicodramma, continuiamo a mettere su chilometri. Al tramonto arriviamo a 700 e cerchiamo un albergo. Mangiamo qualcosa e cerchiamo di dormire senza fare caso ai continui segnali che ci fanno capire che Thom sta continuando a mandare dei messaggi minatori.

Il giorno successivo si svolge nello stesso modo: un km dopo l’altro, una minaccia dopo l’altra.

Altri 700 km e altro sonno agitato.

La mattina, in mezz’ora, copriamo la distanza fra l’albergo e la frontiera. Le pratiche sono lunghette ma, quando arriva il nostro turno, l’impiegata si limita a chiderci il permesso. Glielo do. Serve altro? No, potete andare.

Alla faccia di Thom facciamo un colossale sospiro di sollievo e entriamo in un paese serio: la Malaysia.

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