Italia – Australia 2008. Cina. Da Bay a Bachu.

2017
18.01
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500 chilometri di deserto e l’esperienza di un albergo per funzionari di partito.

Il direttore dell’albergo dove abbiamo dormito ha ritenuto fosse meglio parcheggiare la moto nel cortile interno, vicino ai mucchi di carbone.

La mattina, per non percorrere tutto il lungo corridoio con le pesanti valigie, porto la moto davanti all’albergo per caricarla.

In pochi minuti si raduna una vera folla.

Oggi un tappone da oltre 500 km. La prima parte è su una strada secondaria, in mezzo a una campagna costellata di piccoli villaggi di contadini. Per le prime due ore incontriamo migliaia di trattori che trascinano rimorchi pieni di pomodori. Forse c’è una fabbrica di pomodori in scatola nelle vicinanze. Ci compriamo un paio di meloni e li mangiamo seduti lungo la strada. Abdul si dimostra un esperto conoscitore e ne sceglie di ottimi.

L’autista ne stipa una quindicina sotto i sedili del minivan.

Ligio come sempre ai limiti di velocità, viaggia a 40/60 all’ora. Non riesco a stargli dietro: non ho nessuna marcia adatta. Dopo un po’ lo supero e lo perdo di vista. Al primo posto di blocco però sono costretto ad attendere per un quarto d’ora il suo arrivo.

Dopo un paio d’ore (abbondanti) di viaggio, ritorniamo sulla strada principale. E’ dritta e in ottime condizioni, ma la musica non cambia. L’autista rallenta anche quando vede i tecnici dei cantieri fare le misurazioni stradali. Rallenta quando vede manichini di poliziotti lungo il bordo (questa parte della Cina ne è piena). Rallenta se vede qualche auto arrivare nel senso opposto con i fari accesi.

A volte, a dire il vero, ci azzecca. In almeno un caso ha previsto un controllo di velocità invisibile. Negli altri trecento casi, no.

In realtà, penso che come autista autorizzato a condurre “a spasso” turisti, sia sottoposto a dei controlli di valutazione strettissimi. Probabilmente una multa basta per fargli sospendere la patente, perciò è costretto a essere fin troppo prudente. Per me però significa stare in sella il doppio del tempo necessario: per 500 km, anche più di 10 ore.

Da qui in avanti siamo davvero nel deserto, anche se ne stiamo solo sfiorando il margine settentrionale.

Lungo il percorso incontriamo molte centinaia di operai che levano il brecciolino dal margine della strada. Mettono dei paletti, tirano un filo e spingono tutto il brecciolino (poco in realtà) oltre il filo. Per duemila km.

Nel tardo pomeriggio arriviamo a Bachu.

Abdul ha un’idea brillante: invece di esser sottoposti ai soliti stressanti controlli antiterrorismo fuori dagli alberghi, ci conduce in un albergo per funzionari statali.

Ci accettano. Parcheggiamo la moto sotto un bel pergolato, scarichiamo i bagagli e ci mettiamo a guardare un film in televisione. Idea da non sottovalutare. Oltre ai canali regionali, ci sono 12 canali statali, e almeno due trasmettono film in lingua originale o sottotitolati in inglese. Produzioni recenti e di buon livello.

Unica particolarità: non ci danno la chiave della stanza.

Forse per evitare la piaga della prostituzione alberghiera.

Possiamo chiuderci dentro ma, se usciamo, dobbiamo chiamare un’incaricata che si occupa di chiudere la porta dall’esterno.

Improvvisamente, bussano alla porta piuttosto rudemente.

Dico qualcosa, per far capire che aprirò appena sarò presentabile.

Niente da fare: continuano a bussare sempre più forte gridando “passport”. Appena pronto, esco. Ci sono due poliziotti di cui uno, come sempre, è cattivo. Insiste che vuole il passaporto. Lo prende e lo esamina per un quarto d’ora. E’ evidente che non c’è niente d’irregolare ma, ormai deve continuare a fare il cattivo.

Mi chiede anche la patente. Ho tanta voglia di mandarlo a quel paese: non sto guidando e lui non ha alcun diritto di chiedermela ora. Se vuole, mi aspetta domattina fuori dall’albergo e sarò ben lieto di mostrargliela. Naturalmente non capisce, e mi pare meglio dargli anche quella.

Altro quarto d’ora, è buona anche quella. Allora fa un paio di telefonate. Niente di sospetto. Fa chiamare Abdul. Controlla anche i suoi documenti. A posto. E’ inutile: non ha per le mani i famosi terroristi che sperava di aver colto sul fatto. Ma continua a trattenere tutti i documenti. Il suo collega comincia ad avere un’aria imbarazzata e ci indirizza qualche mezzo sorriso di comprensione. Il cattivo deve farsi venire in mente un’idea: ci siamo! Abbiamo una moto: dov’è? Si fa condurre alla moto. Sposta di peso un paio di motorini parcheggiati troppo vicino. Prende nota dei numeri di targa e telefona: tutto a posto. Ultima idea: la targa è giusta ma la moto è un’altra! Fa tre o quattro foto con il telefonino e le manda all’ufficio centrale. Niente da fare: anche la moto è quella giusta (abbiamo dovuto mandare la sua foto in Cina sei mesi prima della concessione del visto).

Cincischia ancora un po’ e poi è costretto a darci indietro tutto.

Uscendo, dice qualcosa ad Abdul, che potrebbe essere il classico: per questa volta vi è andata bene, ma vi tengo d’occhio.

Anche Abdul, che è senz’altro più abituato di noi a queste vessazioni, sembra molto seccato. Ma si sa controllare molto meglio di noi e sorride.

Usciamo che è quasi buio. Abdul ci trova un internet point (che qui non si chiama così): evadiamo un po’ di posta poi andiamo a cena. Pollo: forte ma piuttosto buono.

Domattina partiamo per Kashgar.

Una delle cose che danno più il senso dello “sforzo cinese”, è il vassoietto che trovate nel bagno dell’albergo, di fianco al lavandino. Anche nei peggiori alberghi, c’è tutto quello che in Italia trovate solo in quelli di categoria superiore. Rigorosamente marchiati con la brand dell’albergo ci sono: due spazzolini con relativo dentifricio, cuffia da doccia, due saponette, rasoio da barba con schiuma, due pettini, due shampoo e due bagno schiuma. Messi gentilmente a disposizione dalla direzione.

Molto meno europeo invece il piccolo espositore che si trova a fianco: più o meno ricco. Qui ci trovate: da due a quattro preservativi dai nomi fantasiosi (e rigorosamente tradotti in inglese) due bustine con preparati antisettici intimi per lui e per lei (qui sono tradotte anche le istruzioni per l’uso) mutande da uomo e da donna “d’emergenza” e calze da donna taglia unica. Spesso, oltre ai complimenti dell’albergo e al listino prezzi degli articoli esposti, ci sono alcune istruzioni per evitare AIDS e altre malattie trasmissibili sessualmente.

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