HONDURAS e NICARAGUA

2018
17.09

San Salvador – Choluteca, 319 km.

Dormiamo a San Salvador e ci rimettiamo in viaggio la mattina dopo. Dopo due ore, siamo di nuovo alla frontiera. Questa volta è l’Honduras. Naturalmente si ripetono le stesse condizioni di ieri. Per almeno una settimana ci toccherà subire questi trattamenti quasi ogni giorno. Vi assicuro che, pur avendo attraversato almeno 200 frontiere (comprese tutte quelle universalmente considerate durissime) non ricordo di essermi trovato di fronte ad una macchina per fregarti simile a quelle che si trovano qui. Devi avere 4 occhi, 8 orecchie e il portafoglio ben fornito, altrimenti non ne esci più.

In conseguenza di ciò, cominciamo ad averne abbastanza e questo influenza molto i nostri programmi. La conclusione è che non andremo a Tegucigalpa ma ci limiteremo a passare la notte a Choluteca, cittadina senza nessun pregio, se non quello ci essere messa al posto giusto per fare meno strada possibile.

Choluteca – Leon. 153 km.

Usciamo dall’Honduras e entriamo in Nicaragua. Alla frontiera ci sta già aspettando il cugino (fratello, zio, nonno…) del delinquentello che ci ha aiutato ieri all’ingresso in Honduras.

Ormai sono a pezzi, perciò dimentico ogni prudenza: gli piazzo in mano documenti e 100 $. Poi mi metto a fare conversazione con i suoi amici. Così ho modo (per due ore) di avere una relazione sulla situazione in Salvador. Mi raccontano delle maras, dei narcos, del nuovo/vecchio presidente (che è stato appena eletto, ma non si capisce CHI l’abbia eletto) dei disordini che hanno accompagnato la sua elezione e quelli che avverranno in occasione del suo insediamento, della polizia presidenziale, eccetera, eccetera, eccetera…

Dopo due ore ritorna il tizio a cui ho dato soldi e documenti. Mi restituisce i passaporti, il carnet e un po’ di altri foglietti e ci dice che è tutto a posto. Io sono certo di aver contribuito a migliorare in maniera sostanziale il suo tenore di vita.

Quando finalmente passiamo dal lato nicaraguense della frontiera non è che le cose cambino. Devo pagare qualcosa per farmi spiegare quale procedura devo seguire e dove sono gli uffici preposti. Il resto lo pago direttamente negli uffici, dove gli impiegati mi rilasciano una fila di ricevute intestate agli enti più improbabili.

Durante le code, ho il piacere di conoscere tre vistosissimi givanottoni messicani su tre vistosissime e pulitissime Harley. Sono moto enormi, di quelle che entrano nella categoria “bagger”. Lunghe lunghe e basse basse. Visto che dobbiamo passare un bel po’ di tempo insieme, finiamo col parlare di viaggi: i motociclisti non sono molto originali. I tre, mi dicono che hanno in programma di andare a Hushuaya.

La notizia mi mette in difficoltà. So che il mondo è pieno di gente che sa andare in moto MOLTO meglio di me. So bene che, anche se io ho avuto bisogno di guidare una F800GS per trovarmi bene sul “ripio”, esitono senz’altro decine di migliaia di motociclisti che potrebbero agevolmente percorrerlo su moto molto più stradali. Nel caso specifico però, mi pare abbiano esagerato un pochino. Farsi un migliaio di chilometri di ripio, su moto da 400 kg, con gomme “extra-large” e una luce da terra di due centimentri, mi sembra una scelta quantomeno masochista. Ovviamente non voglio né scoraggiarli ne sottovalutarli, perciò mi limito a farmi raccontare il percorso che hanno scelto e cerco di capire se hanno idea di come sia. Bastano poche domande per capire che hanno poco tempo, non hanno attrezzatura adeguata e nessuna idea di quello che troveranno.

Così, con molta circospezione, gli racconto la nostra esperienza, infilandoci le informazioni essenziali. Mentre parlo, vedo che le loro facce si fanno molto meno fiduciose.

Alla fine, quando abbiamo superato la dogana, li salutiamo, augurando ogni fortuna.

La strada per Leon include un bel pezzo di sterrato, ma la situazione è decisamente migliore di quella del Salvador. Non ci sono armi in giro, non ci sono sbarre davanti ai negozi, non si vede polizia. Campi poverissimi ma ben coltivati che ci accompagnano fino a Leòn. Siamo in anticipo sulla disponibilità della camera, perciò ci tocca andare a pranzo con le tute indosso…

Comunque tiriamo una boccata di ossigeno: siamo di nuovo in un paese normale. Anzi, un po’ meglio del normale. La città è bellissima, i bar sono strapieni, la gente passeggia tranquillamente, ci sono un sacco di turisti.

Il resto della giornata è dedicato al turismo, inclusa una lunga conversazione con I reduci della rivoluzione, seduti davanti al museo. Siamo più o meno coetanei e abbiamo molto di cui parlare.

Passiamo la serata in piazza, assistendo al festival della “salsa”. Una cosa che ieri o l’altri ieri sera, sarebbe stata impensabile (solo qualche mese dopo, abbiamo scoperto che la situazione non era così idilliaca).

Qualche problema? La mattina alle sette suonano le sirene. Sembra un allarme ma è solo una tradizione di stampo socialista che chiama i lavoratori alle fabbriche. Per rappresaglia, dieci minuti prima delle sette, suonano tutte le campane a stormo. A Leon è difficile dormire oltre le sette.

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